Questo articolo del blog esamina come il fascismo abbia dato origine a diverse interpretazioni all'interno della complessità del suo contesto storico e del suo spettro ideologico, esplorando in profondità perché sia difficile definirlo con un'unica definizione.
Definire il fascismo non è mai un compito facile. In origine, il termine si riferiva esclusivamente al movimento politico, al sistema politico e all'ideologia guidati da Mussolini dal 1919 al 1945. Tuttavia, non passò molto tempo prima che anche il nazismo di Hitler iniziasse a essere inteso come una forma di fascismo, e la portata del termine si espanse gradualmente. Questa evoluzione portò a interpretazioni e definizioni del fascismo che abbracciavano uno spettro ampio quanto il termine stesso.
Un'interpretazione emersa relativamente presto fu fondamentalmente una prospettiva marxista fondata sul concetto di lotta di classe. Un esempio lampante di ciò sono le Tesi del Comintern. Secondo queste tesi, il fascismo significava "la dittatura aperta del terrore esercitata dalla fazione più reazionaria, più nazionalista e più imperialista del capitale finanziario". In altre parole, il fascismo era inteso come uno strumento del sistema capitalista e un agente del grande capitale. Tuttavia, non tutti i marxisti concordavano con questa interpretazione. Togliatti vedeva il fascismo come formato su una base popolare con un carattere piccolo-borghese, mentre Talheimer e Weyda lo interpretavano come un fenomeno relativamente svincolato dalle classi. Secondo loro, quando capitale e lavoro sono in conflitto ma nessuna delle due parti riesce a garantire il predominio assoluto, emerge una terza forza, e il fascismo ne è il principale esempio. La ricerca contemporanea sottolinea generalmente che il rapporto tra fascismo e grande capitale era caratterizzato più da tensione e conflitto che da una cooperazione armoniosa. Inoltre, sono state ripetutamente sollevate critiche secondo cui la tesi del Comintern offrirebbe un'interpretazione eccessivamente semplicistica.
Nel frattempo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel quadro della Guerra Fredda, emerse la tendenza a raggruppare il fascismo italiano, il nazismo tedesco e lo stalinismo sovietico in un'unica categoria, spesso definita teoria del totalitarismo. Questa teoria riassumeva le caratteristiche del totalitarismo come ideologia messianica, partito unico, terrore da parte della polizia segreta, monopolio dei mass media, controllo dell'esercito e controllo economico. Questo tentativo fu significativo nel problematizzare il totalitarismo come pericolo sociale e politico e nel mettere in guardia dai suoi rischi. Tuttavia, persistevano anche critiche secondo cui fascismo e stalinismo perseguivano obiettivi diversi basati su fondamenti di classe completamente diversi. Pertanto, raggrupparli sotto la stessa categoria oscura le differenze fondamentali tra questi sistemi.
All'interno di questa traiettoria accademica, dopo gli anni Settanta si affermò la tendenza ad analizzare il fascismo in termini micro-storici, analizzando singoli casi. Poi, verso la fine degli anni Novanta, Griffin propose un nuovo quadro analitico, suggerendo un concetto più generalizzato applicabile a casi simili in diverse nazioni. Secondo la sua visione, il fascismo è un tipo di politica di massa moderna che mira a trasformare in modo rivoluzionario la cultura politica e sociale di una specifica comunità etnica o razziale. Il fascismo impiega anche il mito come mezzo per promuovere la coesione interna e ottenere il sostegno popolare. Questo mito racconta la storia di una comunità nazionale, che affrontava il declino nel caos successivo al crollo del liberalismo, per poi rinascere sotto la guida di una nuova élite. All'interno di questo quadro mitico, i fascisti distinguevano i membri della comunità nazionale dalle forze ostili e accettavano l'uso della violenza contro queste ultime come un dovere. Per loro, la violenza era un atto di guarigione di una nazione morente. Eppure, la semplice guarigione non era sufficiente; Affinché il mito si realizzasse, i membri della comunità dovevano rinascere come "uomini fascisti" armati di dinamismo e devozione. Griffin sottolineava anche che il fascismo possedeva un aspetto moderno, accettando l'ordine economico capitalista e accogliendo le conquiste della civiltà scientifica per costruire la realizzazione definitiva del mito – l'"utopia della nazione" – definendo così il fascismo come una sorta di rivoluzione moderna.
Naturalmente, alcuni studiosi non sono d'accordo con le argomentazioni di Griffin. Paxton, ad esempio, critica l'interpretazione del fascismo come rivoluzione moderna, sostenendo invece che dovrebbe essere visto come una variante della tradizionale dittatura autoritaria. Sottolinea che il fascismo, nonostante la sua apparenza rivoluzionaria, in realtà prese il potere attraverso alleanze con istituzioni esistenti ed élite tradizionali. Paxton applicò il concetto di "doppio Stato" per analizzare i regimi fascisti. Secondo questo concetto, lo "Stato standard" – operante attraverso la legalità e la burocrazia – coesiste in conflitto e cooperazione con lo "Stato privilegiato", una struttura autocratica costruita dal partito. In Italia, il leader della sezione del partito fungeva da sindaco nominato, il segretario del partito controllava di fatto l'amministrazione locale e la milizia fascista fungeva da esercito. Secondo l'analisi di Paxton, il regime fascista era una miscela unica di burocrazia formale e violenza arbitraria. Tuttavia, a differenza della Germania nazista, dove lo Stato privilegiato sopraffece lo Stato ordinario, una differenza fondamentale in Italia fu che Mussolini riconobbe ampiamente l'autorità dello Stato ordinario. Infine, nel luglio del 1943, mentre gli Alleati avanzavano in Nord Africa e nell'Italia continentale, lo Stato ordinario giudicò che il fascismo non servisse più all'interesse nazionale e depose definitivamente il suo leader, Mussolini, dal potere. Con questo, il fascismo italiano uscì dalla scena storica.